Tutti i nomi dell’emergente fronda marchionnista del Pd

Se nella politica italiana le correnti tornassero improvvisamente di moda, nel Partito democratico ne potrebbe nascere una piuttosto affollata: quella dei “marchionnisti”. A fronte di una leadership ufficiale del Pd ancora attendista rispetto alla scossa che l’ad di Fiat sta imprimendo alle relazioni industriali italiane, se non apertamente ostile come nel caso di Stefano Fassina (responsabile economia e lavoro del partito), l’intesa raggiunta a Mirafiori rimette in vista un fronte riformista piuttosto variegato.
6 AGO 20
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“L’intesa di Mirafiori, pur con luci e ombre, è interessante per il sistema paese e non dovevamo lasciarcela sfuggire”, secondo Baretta, deputato del Pd e nel 2006 segretario generale aggiunto della Cisl. Quanto all’ostinata contrarietà della Cgil, Baretta non fa una piega: “Un partito riformista moderno – dice al Foglio – non deve restare al rimorchio di nessun sindacato”. Certo la sfida di Marchionne “va raccolta, non subita”. D’accordo quindi a incrementare la produttività in fabbrica, “ma l’Italia non può restare un’eccezione nemmeno in materia di partecipazione e coinvolgimento dei lavoratori nelle scelte dell’impresa”. Un passaggio obbligato per vedere accolte queste rivendicazioni è la ripresa di un dialogo tra tutte le sigle sindacali sul tema della rappresentanza. D’altronde l’ex segretario della Cisl, D’Antoni, oggi responsabile per il Pd dell’Organizzazione e delle politiche del territorio, era stato il primo – martedì scorso – a leggere “con positività e ottimismo” l’intesa.
Il senatore del Pd Nicola Rossi parla di un’altra lezione per il futuro: “A forza di non scegliere, poi siamo costretti a farlo soltanto quando sono gli avvenimenti a imporcelo”, spiega al Foglio. “La politica dovrebbe governare gli eventi, e invece anche in occasione dell’accordo raggiunto per lo stabilimento di Pomigliano la posizione del Pd fu: ‘Vada per questa volta, purché sia un’eccezione’”. Ma come si poteva pensare che fosse solo un’eccezione, continua il ragionamento di Rossi, se ormai da 15 anni anche a sinistra si dibatte della macchinosità del contratto colletivo nazionale? Non a caso il senatore è firmatario della “proposta di legge Ichino” di riforma della contrattazione, sostenuta da 54 colleghi democratici (inclusi Emma Bonino e i senatori Radicali): “L’anomalia non era Pomigliano ieri e non è Mirafiori oggi. Possiamo fare un passo avanti solo se ci rendiamo conto che nel contesto globale questa è la regola. Dobbiamo muoverci verso un’intelaiatura contrattuale semplice a livello nazionale, che fissi retribuzione minima e criteri per chi non ha altra copertura. Per il resto, largo alle trattative aziendali”.
Fassina, responsabile economia del Pd, ritiene però inaccettabile l’accordo di Mirafiori, chiede “una legge quadro che garantisca l’esigibilità degli accordi da parte delle aziende e la rappresentanza anche a chi è contrario”: “Difficile capire come possa tornare utile spostare la contrattazione aziendale in Parlamento”, scherza (ma non troppo) Rossi. Al futuro del Pd guarda anche Fioroni, ex popolare: “Un partito riformatore deve avere il coraggio di guardare avanti”, ha detto ieri. Con Mirafiori non sono in discussione i diritti dei lavoratori, ha spiegato, “l’obiettivo è quello di garantire il lavoro, e gli investimenti della Fiat garantiscono l’occupazione a lungo termine”. Enrico Letta per ora non si sbilancia, ma sul sito della sua associazione TrecentoSessanta è la deputata Pd Alessia Mosca a lodare le “scelte riformiste” in contrapposizione ai nuovi “teologi della liberazione” in stile Nichi Vendola.
A Torino infine, nella città dello stabilimento di Mirafiori, non c’è soltanto il sindaco Chiamparino a difendere la svolta “americana” di Marchionne. Anche il senatore Morando, ex migliorista del Pci, usa toni decisi: “Se il Pd intende tornare ad avere una vocazione maggioritaria – dice al Foglio – non può sposare soluzioni conservatrici. E oggi a Mirafiori, dietro la patina di sinistra, c’è spesso l’appello a mantenere i contratti attuali”. Ovvero gli stessi, aggiunge, che fanno sì che “i lavoratori italiani abbiano i salari più bassi rispetto a quelli dei paesi comparabili”, quei contratti che negli ultimi dieci anni hanno portato “la produttività del lavoro e la produttività totale dei fattori a crescere meno che nel resto dell’Europa”. Innovare il modello contrattuale, “magari nella direzione tedesca”, auspica Morando, “è la priorità delle priorità”. Ieri anche Piero Fassino, candidato sindaco per il Pd a Torino, ha detto: “Se fossi un lavoratore della Fiat voterei sì al referendum”.